Contatto con natura

 

lovenatIl contatto con la natura è molto importante, è una cosa che da bambini sapevamo benissimo ma che abbiamo disimparato con il tempo. Il rapporto con la natura ci aiuta a sentirci in pace con noi stessi e con l’ambiente circostante.

Secondo la biofilia l’essere umano ha una condizione innata che lo porta ad amare la natura, a riconoscerla, a provare empatia. È un richiamo e un desiderio spontaneo, che affonda le sue radici nel nostro patrimonio genetico, un ponte che ci lega ai nostri antenati che vivevano in stretto contatto con lei.

Un bosco, un prato fiorito o una spiaggia deserta riescono a far svanire le tensioni e lo stress, basta anche solo immaginarle. Questi luoghi meravigliosi ci consentono di essere davvero noi stessi, liberi da qualsiasi schema che la società impone, liberi di non piacere necessariamente a chi ci è intorno, di non essere simpatici o ben vestiti.

Trascorrere del tempo all’aria aperta rende anche le persone più intelligenti. Secondo uno studio svolto dai ricercatori del Sage College di Tory (New York) nei terreni di campagna è presente un batterio (il Mycobacterium vaccae) che quando viene inalato ha l’effetto di un antidepressivo capace di ridurre l’ansia, di portare un po’ di allegria e di aumentare anche le capacità di apprendimento. Questo avviene perché il batterio va a stimolare dei neuroni che aumentano i livelli di serotonina, funzionando proprio come un vero antidepressivo di quelli venduti in commercio.

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Il grammofono

 

Purtroppo siamo rimasti in pochi a ricordare il fascino misterioso racchiuso in una valigetta di legno ricoperta di pelle, o di altra sostanza artificiale, che non era plastica! Erano quasi tutte uguali, tranne le primissime costituite da una cassetta di legno nudo, al massimo trattato con coppale, che sosteneva un piatto girevole e una tromba tipo l’etichetta della Voce del Padrone“, casa produttrice di dischi.

Stiamo parlando del vecchio grammofono (dal greco gramma = parola e fono = suono): la scoperta di questo congegno la si deve a Thomas Edison che oltre alla lampadina a incandescenza scoprì anche come fissare le parole dettate davanti ad una tromba su un rullo di bachelite.

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Un motore a molla, di geniale fattura, era concepito in modo che la velocità risultasse costante e precisa. Sul piatto si poneva il disco di vinile inciso e una puntina di acciaio (successivamente, negli anni 49/50 si usavano puntine di zaffiro) immersa nel solco del disco ne seguiva le anse armoniche ed emetteva vibrazioni che venivano convogliate attraverso una membrana di metallo leggerissimo e finissimo, di solito alluminio e in alcuni casi speciali anche di argento, in un tubo che si espandeva, tipo tromba, per amplificarne il suono. Era un suono gracchiante che all’epoca non veniva confrontato con sistemi migliori per cui non se ne avvertiva la scarsissima qualità. Scarsa qualità, ma un fascino eccezionale, che gli apparati moderni sono ben lungi di avere!

Ricordo fra tante altre emozioni, l’odore di pelle che il grammofono emanava. Quando si apriva la valigetta la prima cosa che si avvertiva era l’odore della pelle, l’odore del grammofono!

 

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Mjöd!

 

L’idromele è una bevanda alcolica a base di miele. L’étimo contiene la parola greca Ydor (acqua) e Mèli (miele). Nasce ovunque ci fossero api e miele. Quindi abbiamo un idromele nell’antico egitto, nell’inghilterra celtica, nella scandinavia vichinga e probabilmente in moltissimi altri luoghi.

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Diverse sono anche le ricette; alcune prevedono la preparazione di un vino di miele, altre di un distillato, altre di un vino di miele speziato, altre ancora di un vino d’uva mielato, altre di un liquore.

La tradizione scandinava vuole che due nani crudeli uccidano il saggio Vate Kvasir e dal suo sangue ricavino una bevanda, l’idromele, capace di dare sapienza e poesia. Bevanda che poi sarà recuperata da Odino dopo lunge traversìe.

Nel poema Havamal si cita anche l’idromele:
(E’ Odino che racconta)
“…So che restai appeso ad un albero sferzato dal vento
per nove notti intere,
ferito da una lancia e consacrato ad Odino,
offerto da me stesso a me stesso;
I piu’ sapienti non sanno da dove nascono
le radici di quell’albero antico.
Non mi confortarono con il pane,
ne’ mi porsero il corno per bere;
Guardai verso il basso,
afferrai le Rune,
gridando le afferrai;
caddi dall’albero.

Appresi nove canti di potere
dal figlio famoso di Bolthor,
padre di Bestla,
ed ebbi un sorso del prezioso idromele
misto con magico Odrerir.
Poi diventai dotto, sapiente,
crebbi e prosperai:
parola da parola mi diedero parole;
azione da azione mi diedero azioni…”

Comunemente si ritiene che l’idromele scandinavo sia un fermentato (dunque un vino) di acqua e miele. Alcuni dicono con l’aggiunta di spezie (?).  In svedese il nome è “Mjöd”, derivato dal poetico-runico MEDU che racchiude le rune MAN, EH, DAG, URI (uomo, cavallo, giorno nel punto più alto, forza primitiva) ed il significato poetico è “Magia del potere della trasformazione primordiale”.

 

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Italia cibo e cultura

 

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Il cibo per noi italiani non è certamente solo un mezzo di sostentamento ma, come tutto il mondo sa, contribuisce a definire la nostra stessa identità, è parte di noi, della nostra cultura, come un quadro di Raffaello o di Leonardo da Vinci.

Ma non è solo questo. Per noi italiani stare a tavola consumando un buon pasto è anche un modo per stare insieme, per tenere unita la famiglia e gli amici e per cementare quel senso di convivialità e di gioia che tutto il mondo ci invidia.

Anche se i tempi moderni spesso ci costringono a ritagliare un tempo sempre più breve per il pranzo e la cena, rimane radicata in noi molto fortemente quell’idea di lentezza che, se rischia di essere scambiata a volte per indolenza, è in realtà il piacere di stare insieme per rafforzare il senso di comunità.

Proprio per questo motivo, a differenza degli altri popoli, noi italiani preferiamo mangiare a casa quando è possibile, specialmente la domenica e riunire così tutta la famiglia. Le mamme italiane ma, in realtà, anche le zie e le nonne, sono famose nel mondo perché vedono i loro figli o nipoti sempre deperiti e sotto peso e la loro principale raccomandazione quando questi si allontanano di casa è quella di mangiare!

Ma anche lo straniero che finisce a tavola con italiani non può sfuggire a questo destino: guai a non rimpinzarsi con tutte le leccornie che sono state accuratamente cucinate in ore e ore di sapiente preparazione.

Quello che colpisce gli stranieri è, inoltre, la durata interminabile per loro dei pasti che si concludono immancabilmente col caffè espresso (non americano) e con un liquorino.

L’incredibile varietà tra le cucine delle diverse regioni è un altro aspetto che sorprende e potrebbe, da un lato, essere considerato anche un limite perché difficilmente un piatto di un’altra regione, per non parlare di un altro Paese, riesce a entrare in quelli tradizionali, anche se questa chiusura sta cambiando con le nuove generazioni.

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A proposito di etnoarcheologia

 

 

A proposito di etnoarcheologia

 

Il mestiere dell’archeologo affascina da molto tempo prima dei film di Indiana Jones, che ne hanno, per così dire, sdoganato l’immagine di austero ricercatore con il fascino dell’eroe Harrison Ford. Quella curiosità mista a follia che spinge una persona a trascorrere anni, o un’intera vita, a girare i continenti e scavare sui terreni più inospitali alla ricerca di reperti antichi, per farli riemergere nel loro splendore dalle viscere della terra. Le abbaglianti bare dorate dei faraoni egizi o l’esercito di terracotta dell’imperatore Kin non sono altro che due esempi.

Immagine: evoluzioneculturale.it

L’archeologia non è tuttavia limitata a scavare e cercare reperti, come farebbe un cane da tartufo. Questo è solo la punta dell’iceberg delle sue potenzialità. Un attento studio degli oggetti ritrovati, dalla tipologia alla collocazione geografica, può dare informazioni in grado di sconvolgere le conoscenze storiche e rivelare particolari del passato mai immaginati. Si pensi solo al ritrovamento di monete romane nel territorio canadese, che, se verificato nella sua autenticità, porterebbe a parlare di scoperta dell’America ante litteram. Legata a questo è anche l’analisi dei reperti e della loro disposizione per ricostruire usi e costumi di popoli antichi, detta etnoarcheologia.

 

Scienza ormai consolidata e riconosciuta da tempo, l’etnografia si occupa di studiare e mettere a confronto le diverse usanze culturali presenti nel mondo, identificandone nel processo analogie e differenze. Il suo abbinamento all’archeologia rappresenta una svolta rivoluzionaria, perché permette di applicarne le tecniche a quei popoli del passato che non sono conoscibili, per anteriorità temporale o cultura, tramite testi scritti, ma solo dall’osservazione degli oggetti a loro appartenuti. L’etnoarcheologia è quindi un potente strumento di conoscenza, ma proprio per questo necessita ancora di essere calibrato per diventare affidabile come le sue due componenti.

Il classico esempio usato per confutare la validità dell’etnoarcheologia è quello dei reperti archeologici, sepolti nei secoli e spostati di posizione per effetto di terremoti e smottamenti, che porterebbero ad attribuire, per posizione geografica di ritrovamento, al popolo sbagliato usi e costumi che non gli appartengono. È tuttavia importante notare che questo e altri casi analoghi non segnano necessariamente la fine sul nascere di una nuova scienza, ma le servono piuttosto da incoraggiamento per espandersi, includendo altri campi, come ad esempio la geologia, che esulano dall’etnografia e dall’archeologia propriamente dette.

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