Italia cibo e cultura

 

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Il cibo per noi italiani non è certamente solo un mezzo di sostentamento ma, come tutto il mondo sa, contribuisce a definire la nostra stessa identità, è parte di noi, della nostra cultura, come un quadro di Raffaello o di Leonardo da Vinci.

Ma non è solo questo. Per noi italiani stare a tavola consumando un buon pasto è anche un modo per stare insieme, per tenere unita la famiglia e gli amici e per cementare quel senso di convivialità e di gioia che tutto il mondo ci invidia.

Anche se i tempi moderni spesso ci costringono a ritagliare un tempo sempre più breve per il pranzo e la cena, rimane radicata in noi molto fortemente quell’idea di lentezza che, se rischia di essere scambiata a volte per indolenza, è in realtà il piacere di stare insieme per rafforzare il senso di comunità.

Proprio per questo motivo, a differenza degli altri popoli, noi italiani preferiamo mangiare a casa quando è possibile, specialmente la domenica e riunire così tutta la famiglia. Le mamme italiane ma, in realtà, anche le zie e le nonne, sono famose nel mondo perché vedono i loro figli o nipoti sempre deperiti e sotto peso e la loro principale raccomandazione quando questi si allontanano di casa è quella di mangiare!

Ma anche lo straniero che finisce a tavola con italiani non può sfuggire a questo destino: guai a non rimpinzarsi con tutte le leccornie che sono state accuratamente cucinate in ore e ore di sapiente preparazione.

Quello che colpisce gli stranieri è, inoltre, la durata interminabile per loro dei pasti che si concludono immancabilmente col caffè espresso (non americano) e con un liquorino.

L’incredibile varietà tra le cucine delle diverse regioni è un altro aspetto che sorprende e potrebbe, da un lato, essere considerato anche un limite perché difficilmente un piatto di un’altra regione, per non parlare di un altro Paese, riesce a entrare in quelli tradizionali, anche se questa chiusura sta cambiando con le nuove generazioni.

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A proposito di etnoarcheologia

 

 

A proposito di etnoarcheologia

 

Il mestiere dell’archeologo affascina da molto tempo prima dei film di Indiana Jones, che ne hanno, per così dire, sdoganato l’immagine di austero ricercatore con il fascino dell’eroe Harrison Ford. Quella curiosità mista a follia che spinge una persona a trascorrere anni, o un’intera vita, a girare i continenti e scavare sui terreni più inospitali alla ricerca di reperti antichi, per farli riemergere nel loro splendore dalle viscere della terra. Le abbaglianti bare dorate dei faraoni egizi o l’esercito di terracotta dell’imperatore Kin non sono altro che due esempi.

Immagine: evoluzioneculturale.it

L’archeologia non è tuttavia limitata a scavare e cercare reperti, come farebbe un cane da tartufo. Questo è solo la punta dell’iceberg delle sue potenzialità. Un attento studio degli oggetti ritrovati, dalla tipologia alla collocazione geografica, può dare informazioni in grado di sconvolgere le conoscenze storiche e rivelare particolari del passato mai immaginati. Si pensi solo al ritrovamento di monete romane nel territorio canadese, che, se verificato nella sua autenticità, porterebbe a parlare di scoperta dell’America ante litteram. Legata a questo è anche l’analisi dei reperti e della loro disposizione per ricostruire usi e costumi di popoli antichi, detta etnoarcheologia.

 

Scienza ormai consolidata e riconosciuta da tempo, l’etnografia si occupa di studiare e mettere a confronto le diverse usanze culturali presenti nel mondo, identificandone nel processo analogie e differenze. Il suo abbinamento all’archeologia rappresenta una svolta rivoluzionaria, perché permette di applicarne le tecniche a quei popoli del passato che non sono conoscibili, per anteriorità temporale o cultura, tramite testi scritti, ma solo dall’osservazione degli oggetti a loro appartenuti. L’etnoarcheologia è quindi un potente strumento di conoscenza, ma proprio per questo necessita ancora di essere calibrato per diventare affidabile come le sue due componenti.

Il classico esempio usato per confutare la validità dell’etnoarcheologia è quello dei reperti archeologici, sepolti nei secoli e spostati di posizione per effetto di terremoti e smottamenti, che porterebbero ad attribuire, per posizione geografica di ritrovamento, al popolo sbagliato usi e costumi che non gli appartengono. È tuttavia importante notare che questo e altri casi analoghi non segnano necessariamente la fine sul nascere di una nuova scienza, ma le servono piuttosto da incoraggiamento per espandersi, includendo altri campi, come ad esempio la geologia, che esulano dall’etnografia e dall’archeologia propriamente dette.

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