Contatto con natura

 

lovenatIl contatto con la natura è molto importante, è una cosa che da bambini sapevamo benissimo ma che abbiamo disimparato con il tempo. Il rapporto con la natura ci aiuta a sentirci in pace con noi stessi e con l’ambiente circostante.

Secondo la biofilia l’essere umano ha una condizione innata che lo porta ad amare la natura, a riconoscerla, a provare empatia. È un richiamo e un desiderio spontaneo, che affonda le sue radici nel nostro patrimonio genetico, un ponte che ci lega ai nostri antenati che vivevano in stretto contatto con lei.

Un bosco, un prato fiorito o una spiaggia deserta riescono a far svanire le tensioni e lo stress, basta anche solo immaginarle. Questi luoghi meravigliosi ci consentono di essere davvero noi stessi, liberi da qualsiasi schema che la società impone, liberi di non piacere necessariamente a chi ci è intorno, di non essere simpatici o ben vestiti.

Trascorrere del tempo all’aria aperta rende anche le persone più intelligenti. Secondo uno studio svolto dai ricercatori del Sage College di Tory (New York) nei terreni di campagna è presente un batterio (il Mycobacterium vaccae) che quando viene inalato ha l’effetto di un antidepressivo capace di ridurre l’ansia, di portare un po’ di allegria e di aumentare anche le capacità di apprendimento. Questo avviene perché il batterio va a stimolare dei neuroni che aumentano i livelli di serotonina, funzionando proprio come un vero antidepressivo di quelli venduti in commercio.

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A proposito di etnoarcheologia

 

 

A proposito di etnoarcheologia

 

Il mestiere dell’archeologo affascina da molto tempo prima dei film di Indiana Jones, che ne hanno, per così dire, sdoganato l’immagine di austero ricercatore con il fascino dell’eroe Harrison Ford. Quella curiosità mista a follia che spinge una persona a trascorrere anni, o un’intera vita, a girare i continenti e scavare sui terreni più inospitali alla ricerca di reperti antichi, per farli riemergere nel loro splendore dalle viscere della terra. Le abbaglianti bare dorate dei faraoni egizi o l’esercito di terracotta dell’imperatore Kin non sono altro che due esempi.

Immagine: evoluzioneculturale.it

L’archeologia non è tuttavia limitata a scavare e cercare reperti, come farebbe un cane da tartufo. Questo è solo la punta dell’iceberg delle sue potenzialità. Un attento studio degli oggetti ritrovati, dalla tipologia alla collocazione geografica, può dare informazioni in grado di sconvolgere le conoscenze storiche e rivelare particolari del passato mai immaginati. Si pensi solo al ritrovamento di monete romane nel territorio canadese, che, se verificato nella sua autenticità, porterebbe a parlare di scoperta dell’America ante litteram. Legata a questo è anche l’analisi dei reperti e della loro disposizione per ricostruire usi e costumi di popoli antichi, detta etnoarcheologia.

 

Scienza ormai consolidata e riconosciuta da tempo, l’etnografia si occupa di studiare e mettere a confronto le diverse usanze culturali presenti nel mondo, identificandone nel processo analogie e differenze. Il suo abbinamento all’archeologia rappresenta una svolta rivoluzionaria, perché permette di applicarne le tecniche a quei popoli del passato che non sono conoscibili, per anteriorità temporale o cultura, tramite testi scritti, ma solo dall’osservazione degli oggetti a loro appartenuti. L’etnoarcheologia è quindi un potente strumento di conoscenza, ma proprio per questo necessita ancora di essere calibrato per diventare affidabile come le sue due componenti.

Il classico esempio usato per confutare la validità dell’etnoarcheologia è quello dei reperti archeologici, sepolti nei secoli e spostati di posizione per effetto di terremoti e smottamenti, che porterebbero ad attribuire, per posizione geografica di ritrovamento, al popolo sbagliato usi e costumi che non gli appartengono. È tuttavia importante notare che questo e altri casi analoghi non segnano necessariamente la fine sul nascere di una nuova scienza, ma le servono piuttosto da incoraggiamento per espandersi, includendo altri campi, come ad esempio la geologia, che esulano dall’etnografia e dall’archeologia propriamente dette.

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